LO SPETTACOLO

  

Evocazione popolare della maschera bergamasca su canovaccio di Eliseo Locatelli liberamente rappresentato dal gruppo  "L’Arlechì e chi oter Zani so’ fradei".

 

Danze e variazioni coreografiche suggerite da Chicca Boffelli.

Sonate a piffero del folclore alpino raccolte e interpretate da Piero Zani con accompagnamento di voci e strumenti.

 

Durata ininterrotta dello spettacolo: un’ora e venti minuti

Si rappresenta in piazza o in teatro
Pedana: mt. 8 x 8
Presa di corrente: 4 Kw, 220 V.

SEQUENZA DELLO SPETTACOLO

 

Arlecchino…

e chi può trarlo da ataviche saghe

se non il sortilegio di un mago,

misterioso e beffardo quanto lui

nel giostrare i segni augurali

di ogni incerta sorte

 

 

Consacrata è la scena

e, da lontano, grave e profonda

risuona l’eco del corno,

presagio dei nuovi eventi.

 

 

Prenderanno corpo al tremulo bagliore

delle maschere, dal volto ora triste, ora lieto,

come alterno e incerto si avvicenda

il destino che attorno a noi si compie

 

E a rappresentarlo sulla scena come nella vita

ecco i commedianti, dietro al carro che li sospinge

tra generazioni e genti diverse.

Balordi e strani, come di lor si dice,

e pur mirevoli perché unici e audaci

nel palesar quei segreti inganni

dietro a cui si celano bugiardi e tiranni

 

S’annunciano con un bando

che di Arlecchino proclama la storia vera

e degli Zanni suoi pari,

esuli affamati dalla terra natale

che per miseria più non li sostiene

 

 

Di esauste fatiche pubblico è l’incanto

intorno al desco che offre un magro pasto,

neppur capace di ripagar a modo

ogni sofferta e laboriosa giornata

 

Sopravviver forse si può,

sol che “selvadego” inasprirsi si voglia

per temprarsi agli stenti come invincibil homo

cui si sottrae però ogni straniera vista

 

Ma pur così m’arriva a ghermir la morte

se fermo resto in balia dei suoi strali.

Meglio altrove provar da disperato

che qui soccomber rassegnato

 

 

Via dunque dalla miseria

che di cupe visioni rattrista il cuore.        

L’anima porterò con me della mia terra

e i colori accesi del suo manto

che voglio impressi nel mio stampo

 

A Venezia finalmente

che per miracol nel mare non sprofonda 

non si farà posto ad altra meraviglia?

Benvenuto sia dunque Arlecchino

tra i suoi Zanni che gli fanno coro.

Coglierà il clamore di piazze e corti 

chi prima sentiva solo il reclamo

dello stomaco a digiuno.

Ma intanto il primo strepito

è quello di Pantalone,

che altra ragione non sente

che quella dei soldi che lo fan padrone.

I servi incalza il ricco mercante,

perché i sogni non inseguano

e pensino piuttosto ai suoi bisogni.

 

 

Sete regali: il suo patrimonio;

in balìa ahimè di serve “insemenìe”

che degli Zanni sono degne compagne.

Perciò di lor fa poco conto,

sol che per Colombina

non sospiri un vezzo ardito

per cui rimpiange invano

il tempo che già gagliardo fu.

 

E ai miseri Zanni che resta?

Dividere pochi pani

e un ballo il dì di festa,

come un tempo nelle aie di casa

usava la gioventù smaniosa,

per intrecciar legami e desideri.

Ma qui non siamo a casa

e poca baldanza conviene

se i nobili già di ricche vesti adorni

vogliono indisturbati i loro ritrovi.

 

Troppo compite son le chiaranzane

che muovono i nobili cortei,

stringersi invece gli Zanni si vogliono

quando al ballo invitan le compagne,

sì che crescano amorosi sensi

cui il piacer darà prove sicure.

 

 

Anche la festa ormai finisce

e al pensier che domani nuova usura incombe

convien rappezzare ancora gli abiti sdruciti,

che di più colori ormai sono guarniti.

 

 

Quasi ridicol foggia sembrerà tal veste

a chi dabbene si figura ben altro decoroso manto.

Non così per noi, che di necessità

usiam far nostro questo variopinto ordito,

caldo come i colori della terra avita,

pregno di sospirate attese

come sempre l’arcobaleno dopo la tempesta.

 

Proprio da qui nascerà Arlecchino,

che l’animo farà balzar sui palchi

a dir di sé e delle altrui commedie,

lui che rischiava di scomparir sommerso

sotto l’onusto peso di altrui fardelli.

Davvero i teatri a lui si apriranno

generosi di applausi contenti,

o ancora è la fame a giocar brutti scherzi,

sì creder realtà fortunata

quelle che sono ingenue illusioni

che solo un po’ colorano il nostro divenire?

 

 

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